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giovedì 6 febbraio 2020

"Ci furono notti"


"Ci furono notti 
in cui mi persi nel cielo, 
fra le stelle.
Altre notti mi dovetti fermare, 
appoggiarmi a qualcosa di vero, 
prima di volare di nuovo.
Ci furono notti 
in cui sparii nel buio.
Ci furono notti
in cui non pensai alle albe.
Ci furono notti
che non finirono mai."

venerdì 12 settembre 2014

Grazie di tutto, papà



"Volevo ringraziare tutte le persone che anche da lontano sono venute a salutare mio padre, il Pino. 
Non faró orazioni nè reciteró poesie: mio padre era una persona poco incline alla retorica e alla poesia. Peró aveva un grande cuore, un cuore forte con cui ha saputo affrontare le prove della sua vita, dalla morte prematura di suo padre fino alla lotta con la malattia che lo ha immobilizzato. E soprattutto aveva dei grandi valori, che ci ha passato come testimoni. E per valori non intendo cose che si possono comprare coi soldi.
Intendo il valore della famiglia, che si riunisce e si ritrova, magari a tavola, con allegria e complicità.
Il valore della tradizione, qualunque e dovunque essa sia.
Il valore dell'avere la donna della tua vita, che è una sola (sia la donna che la vita) sempre al tuo fianco, fino in fondo.
Il valore dell'onestà, della correttezza, del senso del dovere e della misura, della serieta', della rispettabilità, nel pubblico, sul lavoro.
E nel privato il valore della battuta di spirito, della convivialita', della pacca sulla spalla, del guardare negli occhi la gente, del rispettare e farsi rispettare (stare "all'onore del mondo", diceva lui), perchè si è brave persone, gentili ed educate.
E infine il valore delle radici, la sua Quargnento, come luogo del ritorno (dopo aver girato per il mondo) e della memoria (mai dimenticare nè rinnegare da dove si viene e chi eravamo, se vogliamo essere e diventare migliori).
Questa è l'eredità più importante che noi figli e la Anna ci porteremo dentro.
Grazie di tutto Pino."
Le parole che ho detto oggi al funerale di mio padre. 



martedì 4 dicembre 2012

Il bambino dentro

Quando viene meno un personaggio della nostra infanzia, quando andiamo al funerale e rivediamo parenti e vecchi amici obliati dalla lontananza delle strade intraprese e percorse, ci passa davanti tutta la nostra vita, che sta passando così velocemente e inconsapevolmente, spolveriamo i ricordi, più o meno confusi e mistificati, e "ci torna su" il bambino che tutti (volenti o nolenti) custodiamo o nascondiamo dentro. Chi lo custodisce attinge alla sua gioia di vivere, ai suoi stupori, alla sua innocenza, alla sua insaziabile curiosità, alla sua instancabile voglia di giocare. Chi lo nasconde è perchè quel bambino non era molto gioioso nè fonte di ispirazione attuale. L'importante è non ucciderlo mai, quel bambino, non dimenticarcelo, ricordarci che lo eravamo, e che forse, da anziani, lo ritorneremo ad essere. 

lunedì 11 ottobre 2010

La mia terra

Io sono un po' svizzero, preciso più che riesco, ma modesto senza arroganze. Sento il sapore del mare che con il suo fascino rovina il gusto del vino. Rimpiango un orizzonte trompe l'oeil. Sradico ogni giorno ogni piccola radice che cresce sotto i miei piedi. La nebbia è il mio cielo, il sole un abbaglio, la terra arata è il mare in cui naufrago.

giovedì 1 aprile 2010

Bambino triste come me, ha ha


Questa mia foto, risalente più o meno al 1974, mi ha portato ad alcune riflessioni personali. Innanzitutto la faccia che ho in tutte le poche foto che ho dell'epoca: tristissima! Eppure spesso si dice "Bei tempi", quando si ripensa a quella età, che dovrebbe essere stata spensierata. Ma io che faccia ho, invece?! (Sono quello in basso a destra).
In effetti non ho moltissimi ricordi di spensieratezza e allegria. Una causa oggettiva per il calcio potrebbe essere stata la miopia galoppante affrontata senza occhiali, che rifiutavo (e stavo pure in porta!). Un'altra ragione, più generale, è il fatto che ho fatto le elementari in tre città diverse: Casale Monferrato, Parma, e Sassari (!), al seguito dei trasferimenti per lavoro di mio padre. Risultato: anche quando tornavo al paesello dei nonni (e dell'infanzia) mi sentivo sempre un po' forestiero, sradicato, strano.
Questa è la ragione per cui non ho mai voluto emigrare o girare per fare carriera: non ho voluto far passare un'infanzia così ai miei figli, che per ora infatti, grazie al cielo, sono spensierati, allegri e radicati in questi posti davanti al mare (come direbbe Fossati). Chissà se me ne saranno mai grati, sic.
Mio padre io l'ho perdonato e giustificato da un pezzo, però: ma che faccia ho nelle foto da bambino e ragazzo?!!

martedì 5 maggio 2009

Le radici dimenticate

Dopo anni sono tornato a Quargnento, il paese dei miei avi (oltre che di Carlo Carrà), nella casa dei miei nonni paterni, base delle estati della mia infanzia e adolescenza. Per quanto mi ritenga senza patria a causa dei frequenti traslochi affrontati ai tempi della scuola al seguito di mio padre (tra i 6 e i 18 anni ho vissuto a Casale Monferrato, Parma, Sassari, Biella, Genova: 7 case diverse!), quando (troppo di rado) torno nell'Alessandrino io le sento, quelle radici. E' una sensazione difficile da spiegare, molto irrazionale: saranno le luci, i colori, gli odori, e soprattutto i ricordi e i rimpianti, alla ricerca di un vagheggiato tempo perduto che non si riesce più a ricreare e rivivere, nonostante le madeleine che riusciamo a recuperare, anche fortuitamente, a volte.
Voglio tornare più spesso, in futuro, in quei posti, in quelle terre. Anche se ormai sono un forestiero, un turista, uno di città. Perchè mi si gonfia un po' il cuore, e respiro più profondamente il tempo che passa anche senza di me. Perchè mi sembra di appartenere a qualcosa di concreto, a una storia vera.
Perchè "mi autorizza a credere che una storia mia, positiva o no, è qualcosa che sta dentro la realtà" (Gaber, Far finta di essere sani).

PS La foto è mia, scattata in Costa Brava, però.

martedì 20 gennaio 2009

A cosa serve ricordare


Ripenso al sibillino, cinico SMS dell'altro giorno: E' inutile rileggere il passato quando non c'è più il futuro. Forse non è così giusto: ricordare come si era serve per capire dove si è sbagliato, anche se non si può più tornare indietro a correggere gli errori. Serve per riportare alla mente felicità e soprattutto valori che possono essere utili nei momenti di difficoltà. A questo proposito consiglio "Il pane di ieri" di Enzo Bianchi (ed. Einaudi), soprattutto a chi ha dei ricordi o delle radici nel basso Piemonte, e a chi aveva i nonni contadini, anche non piemontesi. Bianchi senza scadere nel buonismo e nella dietrologia (anzi, "a l'era dura") racconta la sua infanzia e il mondo contadino piemontese del dopoguerra con un tono agrodolce che non lascia indifferenti anche gli animi più incattiviti dalla vita di città, dove abbiamo perso quel senso di comunità e anche solidarietà che quei paesi avevano. Ora manco sappiamo chi è quello che abita al piano di sopra, e neanche salutiamo le persone che vediamo tutti i giorni. E dubito, comunque, che anche nei paesi di oggi la situazione sia molto diversa, tra invidie e rivalità varie. E allora...amen.