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mercoledì 20 aprile 2022

venerdì 5 febbraio 2021

Si stava meglio prima?


 








"Quando un elemento mancante viene a galla senza l'ausilio di alcun supporto digitale, ognuno lo annuncia all'altro con lo sguardo perso in lontananza, l'aldilà di ciò che si sapeva un tempo e che è andato smarrito" (DeLillo, pag. 16).

Vivevamo/eravamo meglio quando non c'erano gli smartphone e i social? Forse sì. La comunicazione e l'informazione erano molto molto minori, ma di maggiore qualità. E lo stesso vale per le amicizie e i rapporti personali.

Ora che ci penso, la mia vita era molto più serena, prima del 2009, l'anno in cui mi comprai il primo smartphone e feci l'ingresso nel mondo dei social (non considero il blog un social), scivolando velocemente nelle sue sabbie mobili.

Fu anche l'anno in cui dopo 15 anni cambiai datore di lavoro, commettendo uno dei più grossi errori della mia vita, ma questo è un altro discorso.

martedì 10 novembre 2020

Manuale di resistenza orgogliosa


Sono stato attirato dal titolo provocatorio e dalla grafica decisamente punk di questo manuale che è tutt'altro che un invito all'autodistruzione (a parte il capitolo sul bere che è un po' indulgente verso l'abuso, forse a causa dell'esperienza personale dell'autrice): è piuttosto un manuale di orgogliosa resistenza a quello che da giovane chiamavo "il Sistema", ossia i valori estetici, economici, e in sintesi esistenziali a cui i mass media, la tecnocrazia, i manuali di self-help e anche gran parte degli psicologi ci vogliono conformare. Citando e chiamando in causa Von Hayek, Bertrand Russell, Spike Jonze, Byung-chul Han, Baudelaire, Bukowski, Oscar Wilde, Virginia Woolf, è un libro molto brillante e anche scorrevole. Il capitolo che più mi ha colpito è stato "Bruciare", in cui si parla di amore e coppia partendo dal bellissimo film "Her".

Se il mondo continua a dirti che non sei abbastanza bravo, sano, liscio, in forma, produttivo, positivo o zen, è ora di chiederti cosa diavolo c'è che non va nel mondo, non in te stesso. E trovare un proprio orgoglioso e originale equilibrio personale.

lunedì 8 giugno 2020

Piccoli/grandi libri

Raramente esco da una libreria senza un piccolo/grande libro come questo, da leggere al ritorno in treno.

P.S. sono tornato su Facebook con una pagina in cui avrò a che fare solo col mio lavoro: librerie, librai, lettori, scrittori, editori, insomma libri. Tutto il resto di me resterà qui.

mercoledì 15 aprile 2020

LA canzone del 2020


Leggendo il testo è incredibile che sia stato scritto molti mesi prima della pandemia.
Bentornato Michael, mi sei mancato.

P.S. nell'intervista con Cattelan Stipe dice di avere abbandonato i social un anno e mezzo fa perchè pensa siano "destructive to the soul" (nocivi per l'anima)...In questi giorni in cui guardo la serie Black mirror non posso non condividere questa sensazione...

domenica 11 novembre 2018

A che gioco giochiamo

Un libro (un saggio di storia, sociologia e anche antropologia) molto interessante e a suo modo utile per capire come eravamo, come siamo diventati e cosa diventeremo. Personalmente mi permetto di essere meno ottimista di Baricco sull'effetto che la tecnologia digitale ha avuto sull'umanità e soprattutto sul nostro essere umani: da quello che vedo e vivo, l'attuale umanità (intendo le persone) non è molto migliore di quella del 900, anche se avrebbe le possibilità e tantissimi strumenti (i tool) per diventarlo.

lunedì 27 agosto 2018

La coppia ai tempi dei social


Per quanto grottesco e tragicomico, questo video non è tanto lontano dal vero. La mia preoccupazione maggiore è verso le nuove generazioni under 20, che l'esperienza e l'educazione sentimentale la vivono con lo smartphone in mano, e senza connessione (e Google) sono perduti anche culturalmente.
Ma forse sono solo un vecchio sorpassato e incapace di capire la piega che hanno preso la società e i rapporti umani.

mercoledì 8 agosto 2018

Guardando tutto, ma non vedendo più nulla



Su Instagram, il social per la condivisione di immagini via cellulare, si pubblicano 3600 foto al secondo, e i dati ufficiali parlano di 8500 “like”al secondo. La produzione massiccia di immagini e la loro circolazione ci mostra quindi un dato sconvolgente: si sono rivoluzionati i tempi di lettura di un'immagine per non dire che si sono azzerati. Il punctum Barthesiano è stato spedito a calci in culo nello spazio siderale in questo vivere&scorrere bulimico dove nessuno vede più nulla vedendo tutto (dal bellissimo blog di Alberto Terrile).
Sulla scia di questo post sono andato a leggermi La camera chiara di Roland Barthes (ed. Einaudi), un bellissimo libro che seppur scritto nel 1975 rimane di una attualità e profondità impressionante (aggettivo non casuale). Ho constatato inoltre che al momento ho 2.259 foto ammucchiate nel cellulare, alcune importanti e belle, moltissime superflue. Ho deciso che stamperò (ebbene sì, proprio sulla carta, quella che si consuma e scolora) le importanti-belle, e farò molte meno foto in futuro. Un tempo, quando si portava il rullino a sviluppare, le foto erano più importanti, erano davvero un "fissare" un momento, una cosa, una persona. E guarda caso quelle foto, ormai consumate dal tempo, sono rimaste impresse nella mia memoria da sempre, e hanno il famoso "punctum" (mi colpiscono, emozionano, feriscono).
Sul cellulare e sul web tutto è "liquido", fuggevole, provvisorio, superficiale, cancellabile, perdibile. Come anche i valori, i sentimenti, i pensieri.
Un altro mondo, un mondo VERO, è possibile. Se vogliamo. Ma lo vogliamo?

lunedì 18 giugno 2018

Fatti, non parole



Non vedrete (nè qui, nè tantomeno su Facebook, dove mi attengo solo a tematiche relative alla mia professione) dei miei post di indignazione sul nuovo governo nè sarcasmi o insulti verso i politici del momento. Penso che non servano a niente, se non forse a perpetuare la propria vetrina virtuale, a farci sentire "migliori", più intelligenti, brillanti, tolleranti e umani. Penso che servano di più i gesti concreti, soprattutto nella quotidianità, non solo negli eventi occasionali. Se non andiamo neanche a votare il meno peggio (tanto sono tutti uguali: hai visto come sono tutti uguali?), se non siamo delle persone perbene (e intendo oneste e civili), se non insegniamo/trasmettiamo certi valori ai nostri figli e alle persone che ci circondano, se non facciamo tutto quello che possiamo per aiutare il prossimo in difficoltà (vedi i miei amici che distribuiscono pasti ai senzatetto, per esempio), se non reagiamo (gentilmente) ai mugugni al bar o sugli autobus, ...beh, allora non dobbiamo lamentarci sui social (che tra l'altro sono stati il terreno della vittoria dei populisti/fascisti), perchè così facendo non abbiamo fatto, nè stiamo facendo, niente di concreto per contrastare l'avanzata di un mondo sempre più cinico e crudele, spietato coi deboli, deferente con ricchi e potenti.
Facebook ci ha dato subdolamente la piacevole illusione di poter dire la nostra, quasi la sensazione di "fare politica". E invece i nostri post sono lacrime nella pioggia, o pisciatine nell'oceano.

martedì 20 marzo 2018

Mi dissocial



Non è pazzesco, surreale? Hai centinaia di "amici" sui social, e ti senti sempre più solo e incompreso! Com'è possibile? Possibile che la tua autostima si basi su like, visualizzazioni, commenti e condivisioni? Possibile che tu ti senta in grado e in diritto di giudicare e sentenziare, in maniera arguta e "catchy", dall'alto del tuo smartphone o della tua tastiera, senza un minimo di autoironia e autocritica?

Non essere sui social nel 2018 è quasi una forma di clandestinità, ormai. Così indispensabili a livello professionale-commerciale, ma anche così deleteri psicologicamente, socialmente (appunto) e umanamente, oserei dire.

E questo blog, è un social? Mah, non direi. Per me ormai è quasi un'agenda, un block-notes, una raccolta di appunti, senza obiettivi di "piacere", "essere commentato" o "essere condiviso".
Giusto per lasciare qualche traccia, di questi anni che passano sempre più in fretta.

lunedì 11 settembre 2017

Narcisocialismo

Molto, molto interessante questo saggio di 144 pagine fitte di rimandi (Barthes, il mito di Narciso, Freud) e dati concreti (a volte inquietanti) sulla comunicazione della propria identità sociale ai tempi di Instagram e Facebook. Più che Selfie io lo avrei intitolato Narcisocial, perchè il selfie è solo uno strumento fra i molti usati/abusati nel mondo dell' interrealtà (i social media). Un libro che dovrebbero leggere (ma non lo faranno mai) anche i ragazzi, non solo gli adulti genitori, per essere consapevoli dei possibili rischi che si corrono rendendo pubblico il proprio privato.
Un saluto e un ringraziamento a Elena della bella Libreria della Torre a Chieri, dove sono "inciampato" in questo libro: è proprio vero che spesso sono i libri a trovare noi, e non viceversa.


sabato 19 agosto 2017

Il silenzio e gli amici


A volte mi viene voglia di "entrare in silenzio stampa", smettere di contattare e scrivere ai parenti e agli amici che penso di avere. A volte ho la netta sensazione che se non fossi io a contattarli molti di loro non lo farebbero. E non intendo gli amici sui social, quelli che si pensa di avere su Facebook, Twitter, Instagram et cetera. Quando nel 2012 uscii (per disintossicarmi) da Facebook, nessuno dei 1300 "amici" mi cercò per recuperarmi nella vita reale. Eppure alcuni pensavo che fossero diventati davvero amici. Facebook è proprio una vita a parte, un altro pianeta, un'altra dimensione.
No, intendo gli amici con cui ci si vede, con cui si condividono cose reali, ci si telefona o (da qualche tempo) ci si "whatsappa". Probabilmente scoprirei quali sono i miei veri amici, quelli che vogliono sapere almeno come stai, quelli che ti vogliono bene, insomma. Probabilmente capirei di essere molto più solo.
E' un esperimento che fa un po' paura: non so se troverò mai la voglia e la forza di metterlo in atto.

venerdì 28 aprile 2017

Solitudini e moltitudini


Forse un giorno, tra qualche decina d’anni, combatteremo i telefoni diffusi e radicati ovunque come una pericolosa dipendenza, come è successo con le sigarette. Ci sarà chi farà causa ai social network per avergli rovinato la vita e sugli schermi apparirà una scritta in sovraimpressione: Un uso eccessivo può avere effetti negativi sulla salute mentale e relazionale.
Parla di chi ancora crede che sia più interessante e “cool” criticare invece di creare e passa o ha passato i suoi vent’anni (l’età che storicamente avevano tutti i rivoluzionari) con i suoi commenti feroci e i polsi sempre appoggiati a fare battutine su internet.
Iperconnessi parte dalle letture di alcuni saggi su internet e l’epoca digitale. "Nello sciame. Visioni dal digitale" e "La società della stanchezza" di Byung Chul-Han. Parla di lavoratori free-lance che sono padroni ma anche schiavi di se stessi, che si sottopongono volontariamente a sforzi e orari e obblighi che neanche il datore di lavoro più spietato avrebbe mai azzardato. Parla degli smartphone e della possibilità di lavorare dovunque che diventa obbligo di lavorare sempre e comunque. I social network sviluppati per creare compulsione, creati da persone che si sono specializzate in informatica, psicologia applicata ed economia comportamentale, cioè "le discipline che permettono di sfruttare la conoscenza delle debolezze umane per realizzare prodotti legati ai comportamenti compulsivi". Insomma è davvero un po’ una messa nera tecnologica, un reportage emotivo che parla di solitudini e di moltitudini. (Vasco Brondi)

sabato 16 aprile 2016

Quanti amici che hai



Prova a fare un esperimento psicosociale (o forse psicopatico, o sociopatico). Prova a non postare più niente su Facebook, Twitter, et cetera. Prova a non scrivere più a nessuno su Whatsapp e Telegram. Ai più anziani non scrivere più mail nè sms. Non telefonare più a nessuno se non per lavoro o dovere famigliare-parentale. Prova. Prova a sparire per un po' dalla "piazza" virtuale.
E capirai chi sono i tuoi amici, chi davvero si preoccupa per te, chi ti vuole bene, chi ti apprezza. Ti stupirai nel constatare che non ti cercherà più neanche il 5% delle tue centinaia di "amici". E scoprirai quanto, e come, sei molto più solo di quando non esistevano neanche i cellulari.

giovedì 24 settembre 2015

Vivere e morire ai tempi di Facebook



La notizia del giovane suicida vittima di bullismo in rete (vedi qui) mi ha molto colpito. La realtà virtuale che uccide la realtà quotidiana. Il potere di Facebook, e come abbia modificato la comunicazione con gli altri e perfino la percezione di se stessi. Quante persone (anche io nel 2011-12) vivono due vite parallele, la reale e quella su Facebook. La reale che va su Facebook quasi in diretta (i selfie, le foto al cibo che si mangia) e quella su Facebook che inquina, distorce e violenta la reale.
Una cosa è dire una cosa in faccia e fare un gesto concreto, e un'altra è scriverla e simularlo su uno schermo. Ci vogliono un coraggio e un senso di responsabilità che lo schermo volatilizzano: puoi sempre cancellare, cestinare, rimuovere con un clic.
Da quando non sono più su Facebook la mia vita è cambiata in meglio, soprattutto perchè il tempo che dedicavo a fb è andato a persone e cose realmente importanti. A 51 anni non ho più così tanto tempo da sprecare.


lunedì 12 gennaio 2015

10 anni di blog



(Questo era il mio disco preferito 10 anni fa. Mi sembra giusto utilizzarlo come colonna sonora per una sintetica riflessione sui 10 anni di questo blog.) Che tenerezza, e a volte amarezza, rileggere i miei post di 10 anni fa. Ormai è assodato che il blog, a meno di essere "famoso"(o aspirante famoso) o avere aspirazioni da scrittore/giornalista, è una piattaforma piuttosto desueta, quasi obsoleta. Io ho continuato a tenerlo in vita (nonostante alcune pause dovute alla dipendenza da Facebook che avevo sviluppato fino al 2012) perchè è una cosa che rimane, che non sparisce nel gorgo del quotidiano-immediato update, è una cosa un po' fuori dal tempo. Negli ultimi anni sono spariti i commenti (certo, un Mipiace è più veloce e meno impegnativo, anche come tempo che richiede) anche perchè 9 bloggers su 10 sono emigrati su Facebook o Twitter, ma il mio obiettivo non è mai stato raccogliere lettori, followers o Mipiace. Penso di aver avuto (e di avere tuttora) delle cose da dire e lasciare per iscritto. Per non dire dell'aspetto diaristico-autobiografico della cosa.

Con gli anni ho imparato a essere molto più prudente e criptico, soprattutto nel criticare, dopo che rischiai sul posto di lavoro per un commento negativo sull'autore di un libro (e relativa casa editrice). Il direttore del personale mi fece una lettera di richiamo da appendere sopra al pc e da guardare prima di postare alcunchè. Quando sono rimasto senza lavoro, poi, ho affrontato-raccontato la situazione in maniera molto metaforica, ero nei guai e non volevo crearmene ulteriori. E' stato difficile rimanere sul vago, ma chi mi conosceva riceveva i segnali di fumo.

Penso che continuerò a scrivere su questo blog, ora che non sono su Facebook nè Twitter, anche se (anzi proprio perchè) questo blog non ha una tendenza "social". A essere sincero un social lo bazzico: Instagram, però non seguo nessuno, mi limito a ricambiare i Mipiace, e poi mi serve più che altro per coltivare l'hobby della foto e della ricerca del bello o quantomeno del particolare.

Un Grazie a chi viene a leggere i miei sproloquii con regolarità (nell'ultimo mese 2000 visualizzazioni), cercherò di essere costante e il meno banale che riesco.

Ne riparliamo fra 10 anni.







sabato 23 agosto 2014

I cosiddetti amici





Dovresti provare ogni tanto a startene per i fatti tuoi, a non contattare più per un po' i tuoi cosiddetti amici, chiedendo come va, come stai. Potresti avere delle sorprese. Potresti scoprire che loro non ti cercano, non si interessano a te, se non condividi quotidianità, facebook, lavoro. Potresti scoprire chi sono i tuoi veri amici. Potresti scoprire che se non li cerchi tu loro non sanno neanche che esisti, che vivi, che hai dei problemi. Potresti scoprire che sei più solo di quanto pensassi, ma non te ne frega più niente, di avere degli amici così.

On a thousand islands in the sea
I see a thousand people just like me
A hundred unions in the snow
I watch them walking, falling in a row
We live always underground
It's going to be so quiet in here tonight
A thousand islands in the sea
It's a shame

And a hundred years ago
A sailor trod this ground I stood upon
Take me away everyone
When it hurts thou

From my head to my toes
From the words in the book
I see a vision that would bring me luck
From my head to my toes
To my teeth, through my nose
You get these words wrong
You get these words wrong
Everytime
You get these words wrong
I just smile

But from my head to my toes
From my knees to my eyes
Everytime I watch the sky
For these last few days leave me alone
But for these last few days leave me alone
Leave me alone
Leave me alone

mercoledì 15 gennaio 2014

Disconnect


Certo che è un po' contraddittorio e faticoso pubblicare un post dopo la visione di Disconnect, film che mi è piaciuto tanto (una specie di America oggi ai tempi di internet, anche se il regista non vale Altman, certo) ma che mi ha anche causato una discreta angoscia, sia come padre, sia come internauta  "scottato" da esperienze deludenti quando non deleterie. Dopo questo film viene voglia di disconnettersi da internet, uscire da tutti i social, per paura di essere controllati (ma quale privacy!), sfruttati (delinquenti che si impadroniscono dei tuoi dati e soldi), danneggiati (da bufale, dicerie, falsità), umiliati (nei sentimenti che ci si illude di condividere on line). Eppure internet è anche un mezzo potenzialmente grandioso, bellissimo, di conoscenza (cultura e informazioni) e comunicazione (penso a chi ha amici e parenti lontanissimi). Una cosa è certa: è pericolosissimo affidare alla rete la comunicazione delle proprie confidenze e dei propri sentimenti, a meno di essere per nulla sinceri. Ma l'amicizia senza sincerità che amicizia è? Ci sono tantissime persone che su internet (soprattutto Facebook) SONO in un modo, e nella vita di tutti giorni sono tutt'altro: altre persone. Poi ci sono quelle che vivono in funzione della loro vita virtuale, gente che qualunque cosa fa o pensa la posta subito sul suo profilo-vetrina, testimonianza e prova avvalorante di esistenza.
E io, perchè pubblico al mondo queste mie riflessioni? Anche questo blog è una vetrina, una forma di autoconferma, una testimonianza? Mah, veramente volevo solo segnalare un bel film, che si chiude tra l'altro con Tornado di Jonsi dei Sigur Ros...No, non sono Blogger, Facebook, Twitter, Instagram, i (non)luoghi e i modi per vivere meglio e conoscere se stessi e gli altri.