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venerdì 4 gennaio 2019

Il check up dell'anima



































Grazie a Massimo Bucchi che è riuscito a trovare le parole e le immagini giuste per questo inizio di anno.

mercoledì 28 ottobre 2009

Sesso, bugie e videotape


Il caso Marrazzo (come quello di Sircana e Lapo Elkann) mette sul piatto alcuni argomenti imbarazzanti ma profondi della vita pubblica e soprattutto privata di tutta Italia: il successo dei trans, l'ipocrisia, la coca, i media.
-Che i trans non operati riscuotano segretamente un gran successo tra i sedicenti Maschitaliani è ormai un fatto notorio. Probabilmente il trans autorizza il Maschioitaliano a non sentirsi Frocio, e rende possibile la pratica omosessuale (attiva ma soprattutto passiva) repressa da anni di maschilismo, omofobia, machismo, cattolicesimo, moralismo, perbenismo, ignoranza, e la frittata è fatta: molti maritini hanno una gran confusione in testa (e nel pisello). Come dice il mio amico fiero-gay: "La fi.. piace a tanti, ma il ca... piace a tutti", ha ha. Quello che non capisco è: perchè vergognarsi dei propri gusti sessuali, nasconderli, chiamarli "debolezze/crisi/peccati", pagarli? E qui interviene l'Ipocrisia di mantenere una facciata morigerata e "normale" (brr). Io sogno una società in cui ognuno sia libero di avere i gusti sessuali che gli pare, senza vergogne o sensi di colpa, una sessualità senza genere, un mondo unisex, dove la sessualità possa essere espressione di libertà e felicità, di eros e amore sincero. A tal proposito mi ha colpito negativamente questo articolo su Repubblica di Umberto Galimberti, che parla di regressione, confusione, perdita di identità (peccato: in genere adoro i pensieri di UG, gli scriverò).
-Anche la diffusione della coca come coadiuvante del benessere è risaputa. Volevo solo dire che io non ho mai provato per paura di cascarci e diventarne dipendente come un paio di amici che si sono rovinati la vita. Ti fa stare bene anche in società, cosa vuoi di più?! No, grazie.
-La morbosità dei media, e l'assurdità dei giornali fatti di gossip e VIP. Ma finchè ci sarà gente che guarda/legge certe fonti di informazione, il mio incredulo sbigottimento rimarrà un atteggiamento snob o sfigato, a seconda dei punti di vista. Give the people what they want: già, ma è questo quello che vuole la (grande maggioranza della) gente? Soldi, fama, potere, sesso, coca. La vita, la bellezza della vita, è tutta qui, per i più. Evidentemente.    

venerdì 19 giugno 2009

Cada pueblo...

(Vignetta da El Paìs)
A me sinceramente non importa quante donne, più o meno giovani, si mettano nelle mani di B, sempre che non usi denaro pubblico per i suoi sollazzi. Penso che ognuno possa fare nel privato quello che vuole, con persone consenzienti. Certo, all'estero ci si dimette per molto meno, ma questo non è mica uno stato normale. E dirò di più: la grande maggioranza degli italiani a B lo vota per simpatia se non invidia. Quindi tutto questo scandalizzarsi della Sinistra è proprio a vuoto, un autogol da sfigati. Meglio sarebbe criticare i fatti pubblici del governo, le cose che fa e soprattutto non fa per la collettività, fare delle proposte e delle iniziative concrete, magari (ma forse è pretendere troppo) dare addirittura l'esempio nei comportamenti.
Se i valori dominanti e vincenti della società italiana sono la patonza, i soldi, l'apparenza, i cazzacci propri, fregarsene/fregare il prossimo e le leggi, beh, aspettiamoci ancora tanti tanti anni di B al potere.
E tu vuoi far qualcosa che serva
E farlo prima che il tuo amore si perda
Non ti accorgi che se lo vuoi tu
Quel che valeva poi non vale più
Se ti han detto resta a casa
Vola basso, non scocciare
Se disprezzi puoi comprare
Se vale tutto niente vale
Se non sai più se sei un uomo
Se hai paura di sbagliare
Se hai voglia di pensare
Che fra poco è primavera
Adesso fa qualcosa che serva
Che è anche per te se il tuo paese è una merda
C’è una strada in mezzo al niente
Piena e vuota della gente
E non porta fino a casa
Se non ci vai tu
Io voglio far qualcosa che serva
Fammi far solo una cosa che serva
Dir la verità è un atto d’amore
Fatto per la nostra rabbia che muore
(Afterhours, Il paese è reale, 2009)

mercoledì 18 febbraio 2009

"Ci vuole un multiforme ingegno"

A pag. 81 di questa bella rivista (che consiglio a tutti) in edicola in questi giorni c'è il mio cd, "consigliato da Diario", con la seguente recensione di Danilo Di Termini:
Un percorso come tanti altri: prima band a diciott'anni, nel 1982, i Crapping Dogs, punk-rock genovese, poi una miriade di gruppi e un cd solista nel 2001. Nel frattempo il lavoro in libreria, perchè non se ne può fare a meno (contribuendo a Il fu mattia bazar, un compendio di strafalcioni detti e ascoltati nei negozi di libri di tutta Italia), la famiglia, il sogno di un disco con le poesie di Cesare Pavese, a dimostrazione che ci vuole un multiforme ingegno per districarsi nella banale quotidianità della vita. Infine arriva l'autorizzazione ufficiale dall'Einaudi per l'utilizzo dei versi che diventano sette canzoni, suonate (chtarre, tastiere e ritmica) e cantate in solitudine (salvo "Last blues" con Michele Ferrari al dobro e la voce di Francesca Pongiluppi e "Come uno che si lasci cadere" con Andrea Frascolla alla Stratocaster). Il rischio era grande: rimanere schiacciato dai versi dello scrittore o stoltamente annacquarli. Invece fin dalla chitarra che introduce "Tu sei come una terra" la sintesi funziona: originale, con echi riconoscibili (i Cure su tutti), ma sorprendenti,e, considerati i testi, paradossalmente vitale. Sul suo blog ha scritto che non appenderà mai la batteria e la chitarra al chiodo: un bel modo di resistere a questi tempi bui.

Son soddisfazioni.

domenica 21 dicembre 2008

A Genova non si butta via niente

Finalmente è arrivato il nuovo numero di Compost, valorosa free-zine genovese a cura di Disorder Drama. Su questo numero lunga intervista "consuntiva" al sottoscritto (oggi ho visto Husker , autore dell'articolo, e gli ho detto: Beh, ora non mi resta che morire..). Dategli una letta on line oppure procuratevi la versione cartacea da Disco Club in Via San Vincenzo 20r, Books In The Casba in Via Prè, Grrrzetic Editrice in Vico Valoria. In effetti fa impressione (e anche un po' malinconia) vedere riunite le cose (e le stronzate, dirà qualcuno) combinate in campo musicale e paramusicale in oltre 20 anni. Tutto concorre a far presumere una svolta, o una fine. Per ora vado avanti. Esempio? Ore 8, metro di domenica mattina: strano 45enne registra al cellulare una melodia per una poesia di Antonia Pozzi. Cose così. Finchè se ne ha l'ispirazione e la forza necessaria. Finchè la Stanchezza non prende il sopravvento. Grazie Husker, grazie Matteo, e grazie al cielo che sono ancora qui a raccontare la mia storia, con la dovuta modestia, ma anche con il dovuto orgoglio.

lunedì 10 novembre 2008

Yes we are different

"Questo blog nasce da una frustrazione, da un sentimento di vergogna ed indignazione nei confronti dell'inciviltà e della volgarità della politica italiana, e naturalmente delle esternazioni del Presidente del Consiglio. Noi non ci riconosciamo e vogliamo marcare la differenza. Non rinunciamo ad essere persone perbene e non vogliamo nemmeno scendere al livello del Presidente del Consiglio e della sua coalizione.Questa non è un'iniziativa CONTRO il Governo ed il Signor Berlusconi, questo è un dato scontato ed acquisito, bensì è un'iniziativa PRO noi che vogliamo far sapere al maggior numero di persone con un manifesto che esistiamo ancora, un'altra Italia c'è, e che resisteremo con la nostra umanità e tolleranza, non ci cancellerà niente e nessuno .Il nostro progetto è molto semplice, vogliamo comprare una pagina di un grande quotidiano internazionale per pubblicare questo testo:
Siamo milioni di italiani e siamo invisibili. Siamo milioni e non siamo volgari. Siamo milioni e non siamo razzisti. Siamo milioni e non abbiamo dimenticato la nostra storia. Siamo milioni e non abbiamo dimenticato di essere un popolo di emigranti. Siamo milioni e non abbiamo dimenticato che eravamo dalla parte sbagliata nella seconda guerra mondiale. Siamo milioni e siamo onesti e civili. Siamo milioni e NON CI riconosciamo nelle parole del signor Berlusconi.
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON PARLA PER NOI - SI' NOI SIAMO DIFFERENTI"

Per aderire a questa iniziativa e seguirla l'indirizzo è http://yeswearedifferentit.blogspot.com/

sabato 25 ottobre 2008

Pavese in piazza Bollente





Da L'Ancora di ieri, articolo di Giulio Sardi. Cliccateci sopra due volte per vederlo più grosso e leggibile.

Wow, va a finire che mi monto la testa, ha ha ha.

Ne riparliamo dopo Acqui.

martedì 14 ottobre 2008

Oggi sul Secolo XIX, pagina 30

NUOVO CD
Zaio: «I versi di Pavese perfetti per la musica»
Il musicista genovese in “Last Blues” propone sette famosissime liriche tra cui “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Le malinconie di Pavese, le sue sigarette solitarie, i suoi amori inghiottiti tra le vie di Torino e le nebbie delle Langhe. Questo il territorio poetico scelto da Franco Zaio in “Last Blues”, disco appena uscito daDevega che mette in musica sette poesie dell’autore di “La luna e i falò” tra cui la famosa “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, tutte cantate da Zaio che è anche autore delle musiche. Nato ad Alessandria nel ‘64 ma genovese di adozione da più di venticinque anni, Franco Zaio, storico commesso della libreria Feltrinelli, ha un passato musicale decisamente “forte”: a 18 anni batterista del gruppo punk rock Crapping Dogs, poi frontman e autore dei testi dei Lost con puntata ad Arezzo Wave nell’88, fondatore degli Anticorpi, cantante e batterista dei Tupelo Twins, dei Ramoni, dei Sybil e degli Anais. Nel 2001 il primo cd da solista, autoprodotto, dal titolo “Le canzoni nel cassetto”. Adesso a distanza di sette anni ecco “Last blues” in cui canta e suona chitarra acustica ed elettrica, basso, batteria, tamburello, organo e pianoforte, con la partecipazione di musicisti come Michele Ferrari, Andrea Frascolla e Francesca Pongiluppi voce in “Last blues”. Perché Cesare Pavese? «Mi è entrato dentro fin dal liceo – spiega. Facevo mie le sue emozioni, certe sue malinconie esistenziali, poi da ragazzo ho vissuto tra le colline piemontesi, sento molto di mio nei suoi luoghi. Ho subito visto le sue poesie perfette per diventare canzoni». Il disco esce nel centenario della nascita dello scrittore nato a Santo Stefano Belbo nel 1908 e morto suicida in una camera d’albergo a Torino nel 1950. «Ho chiesto l’autorizzazione per usare i testi alla Fondazione Pavese, sorprendentemente mi hanno detto subito di sì, in autunno presenterò il disco da loro. Non è la prima volta che Pavese viene messo in musica, è già stato fatto in versione classica o jazz, io però volevo renderlo pop, senza dissacrarlo. Ci sarà qualcuno che griderà allo scandalo ma sono convinto che la poesia dovrebbe essere più popolare, dovrebbe essere come la musica legegra. Abbassare l’elitarietà della poesia è stata una sfida». Tempi di produzione? "Fabrizio De Ferrari si è subito entusiasmato e ha dato la disponibilità della Devega ma i miei tempi di gestazione sono stati lunghissimi, ho sfruttato i ritagli di tempo, mi è capitato anche di registrare alle otto di mattina prima di andare al lavoro». Il titolo, “Last blues”, viene da una poesia che Pavese ha scritto in inglese, lingua che conosceva benissimo, lui traduttore di “Moby Dick” per Einaudi. «Forse il titolo è un po’ fuorviante, il blues non è in senso strettamente musicale ma nel senso di malinconia. Più che triste lo definirei un disco autunnale, trovo Pavese intenso e insieme nitido, asciutto, la speranza è di far venir voglia di leggerlo a chi non l’ha mai letto». Progetti? «Un disco dalle poesie di Emily Dickinson,un altro dai versi di Antonia Pozzi, un progetto ispirato alle filastrocche di Tim Burton, uno di cover dei Joy Division con i testi tradotti in italiano». Cosa è rimasto del retroterra punk? «Il concetto di musica come qualcosa di anticommerciale e senza compromessi». RAFFAELLA GRASSI

Un grande Grazie alla signorina Grassi per l'intervista e l'articolo. La foto...ho ricevuto un sacco di messaggi tipo "Stavi dormendo?" o "Sembri morto!": ne avevo fatte un bel tot, con tanto di fotografo (ciao Davide, ancora grazie della pazienza), non so perchè il giornale ha scelto proprio quella, boh. Forse si abbinava a "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi" :o)
Nonostante tutta la mia modestia e il mio understatement, oggi sono famoso, almeno a Genova :-)
PS Grazie dei numerosi messaggi, arrivatimi a Londra, tra l'altro! Ho un nutrito fans club :-)

giovedì 18 settembre 2008

Understatement artistico



Oggi sul Corriere Mercantile articolone sul sottoscritto, intervista, foto e recensione del disco (che dovrò trascrivere sul mio myspace dato che il CM non ha un sito web). Prossimamente anche sul Secolo XIX. Quello che entrambi gli intervistatori hanno notato è il mio understatement artistico: in genere i giornalisti sono ossessionati dai sedicenti artisti bravissimi (a loro dire) e spesso incompresi. Io non solo non parlo di arte (casomai creatività, dopolavoro, espressività, hobby) ma sinceramente tendo a tenere per me soltanto le mie cose, le mie creazioni, un po' per pudore, un po' per modestia e senso della misura, un po' perchè a me piacciono tanto e ci rimango male se qualcuno le disprezza, e soprattutto perchè le faccio soprattutto per me, con una attitudine "antiaccademica, anticonvenzionale e anti commerciale" (come ho detto sul giornale). I giornalisti mi hanno detto che per avere una foto sul giornale c'è gente disposta a tutto: io invece ho chiesto possibilmente di non metterla! Ennesima prova di come non sia un Artista, nè un istrione, nè un esibizionista. E allora sto blog? Non è mica una vetrina, amici miei. Se no non ci metterei nome e cognome e mi inventerei una personalità diversa. Non riesco a non essere me stesso. E in certi momenti e ambienti non aiuta, questa sincerità. Ma chi mi vuole bene e mi apprezza lo fa molto anche per questa specie di ingenuità.

martedì 15 aprile 2008

L'Italia è questa

Come spesso mi accade, Michele Serra nella sua rubrica quotidiana "L'amaca" (su Repubblica) ha trovato le parole, che sottoscrivo e riporto, per commentare il risultato elettorale e la sensazione di sconforto e indecisione: rassegnarsi o reagire?
Beh, si sapeva già. E da un bel pezzo. Viviamo in una provincia europea più di destra che di sinistra, più clericale che laica, più padronale che socialista, più provinciale che cosmopolita, più chiusa che aperta. Non fosse così, la nostra vita pubblica non sarebbe stata dominata per un ventennio (più il resto) dall'arcitaliano Silvio Berlusconi. E non vedrebbe un partito xenofobo tornare in trionfo al potere.
I cittadini di sinistra sono -da sempre- una minoranza di massa. Dovremmo averci fatto il callo, a questa lunga vita di minoranza, raramente interrotta da brevissime stagioni di governo (neanche dieci anni si sessanta di vita repubblicana: e il dato dice tutto). Invece ci rimaniamo male ogni volta, come se ci apparisse inaudito il fatto che no, questo Paese non ci assomiglia, se non in quella piccola e anomala Scandinavia ghibellina che è il Centritalia, quattro regioni in tutto. Bisognerebbe smettere di offenderci, l'Italia è questa. Possiamo scegliere di viverci male, sprezzanti e amareggiati. Presuntuosi e acidi. O provare a tenere duro, sentirci cittadini, lavorare, discutere, parlare agli altri, non mollare. Chi di noi ha figli, conosce bene l'impulso di avere speranza per loro, anche quando non se ne ha più troppa per sè.

giovedì 10 aprile 2008

Anche "Attila" va a votare

Su Repubblica oggi Corrado Augias pubblica una lettera del mio simpatico collega Davide detto "Attila" che dice: Caro Augias, sono partito con lo scoramento davanti al politichese, ai privilegi, alla deriva del "tanto non cambia nulla". Poi l'ho visto crescere, ha preso forma, è tornato Berlusconi. Ricordo quando alle redini del carro c'era lui e mi sono convinto. Torno anche stavolta a votare non tanto per i contenuti dei programmi, deficitarii tutti anche quelli dalla mia parte, ma perchè non posso immaginare altre corna, altri kapò, altri "amici" a Mosca e a Washington. Vedo altre depenalizzazioni, giudici sottoposti a test di sanità mentale. Torno a votare solo perchè è chiaro che un candidato o l'altro non è la stessa cosa.
Al che Augias chiosa, rivolto a chi non voterà: La politica si fa con quello che c'è, non con quello che si vorrebbe. La buona politica è prendere ciò che c'è (comprese le materie immonde) e cercare di farne il miglior uso possibile nelle condizioni date. Prima ancora è cercare di evitare che le cose peggiorino. Ipotesi di cui sono ampiamente visibili le premesse.