sabato 26 settembre 2009

Non più servi, soli e vivi























E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto -
noi tendemmo le mani
alla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume -
- non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi
(Cesare Pavese, 23 novembre 1945)

Nel mio disco su Pavese non compariva questa bellissima (fiera, direi) poesia: è quindi una cosiddetta outtake che però ho sempre proposto dal vivo (con una musica fra Nick Cave e Steve Wynn).
L'importante è avere quell'orgoglio (o almeno: è questo che io ci leggo) di essere col tempo forse più soli ma sentirsi più intensamente vivi, senza dimenticare il passato, un passato che non si può replicare e rivivere, ma con la voglia di guardare l'orizzonte, tenere la testa alta. E non sentirsi servi del destino nè moribondi.

PS Questo ha di meraviglioso la poesia, come la musica: ognuno ci legge e ci sente quello che vuole o che ha dentro ma non sa esprimere o descrivere.

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